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La Battaglia del 5G: 412 Aree Rurali Escluse dal Piano Italia e la Guerra delle Torri Esplosa

Una promessa di velocità, un Paese che si scontra con i suoi campanili. Tra valli senza segnale e cantieri congelati, la corsa al 5G mostra le sue crepe: il futuro arriva dove può, non sempre dove serve di più.

La Battaglia del 5G: 412 Aree Rurali Escluse dal Piano Italia e la Guerra delle Torri Esplosa

Un bar di paese, tavolini all’aperto, il cartello “Pagamenti con carta” appeso con lo scotch. La connessione salta, il POS si impalla, il gestore alza le spalle. La promessa del 5G era questa: portare aria nuova nelle aree rurali, far camminare le imprese senza fili, dare alle scuole e agli ambulatori quella copertura che nelle città diamo per scontata. Il Piano Italia 5G nasceva con questo obiettivo. Semplice da dire, faticoso da fare.

Il disegno era chiaro: infrastrutture condivise, torri neutre, investimenti pubblici e privati, procedure coordinate da strutture statali dedicate. La regia prevedeva l’uso di torri ospitali per tutti gli operatori mobili, così da evitare duplicazioni e ridurre tempi e costi. Nel mezzo, però, ci sono i vincoli: paesaggistici, archeologici, sanitari. E poi i tempi delle autorizzazioni, i ricorsi, le forniture elettriche che arrivano in ritardo, i pali che si spostano di duecento metri e tornano al punto di partenza dopo mesi.

Cosa è andato storto nel Piano Italia 5G

Gli atti pubblici parlano chiaro sul perimetro: 1.385 zone “a fallimento di mercato”, spesso in montagna o nelle aree interne dell’Appennino. Lì dove la banda larga non regge e la banda ultralarga wireless è l’unica via concreta. Qui si sono incagliati passaggi cruciali: pareri delle Soprintendenze, opposizioni dei comitati, pareri sanitari, richieste di mitigazioni paesaggistiche. Si aggiungono fattori operativi: accessi ai terreni, servitù non chiarite, connessioni di backhaul lente da attivare.

A metà del percorso emerge il nodo: rispetto agli obiettivi fissati in gara, restano fuori 412 aree su 1.385. Un taglio vicino al 30%. Nei documenti e nelle cronache compaiono i “sindaci infuriati”, si sommano “centinaia di contenziosi” tra amministrazioni, cittadini, operatori. L’azienda incaricata su una quota rilevante dei lotti, Inwit, ha mancato una parte degli obiettivi; la complessità non assolve, ma spiega. Dove non ci sono dati certi sulle singole cause, è corretto dirlo: le responsabilità sono diffuse e stratificate.

La “guerra delle torri” e il territorio in mezzo

Sullo sfondo c’è la “guerra delle torri”. I grandi gestori di infrastrutture competono per i siti migliori, difendono contratti, depositano ricorsi. Ogni traliccio è un nodo di valore: ospita più antenne, genera affitti, attrae investimenti. In teoria è concorrenza che fa bene. In pratica, nei piccoli comuni, la frammentazione rallenta: doppie richieste per lo stesso campo, progettazioni che si inseguono, aste al rialzo per i terreni, permessi che scadono mentre si discute chi sale sul palo.

Sul lato umano bastano dettagli minimi. Un allevatore che la mattina controlla il meteo sul telefono per decidere quando tagliare il fieno. Un’ostetrica che fa teleconsulti dall’ambulatorio comunale. Un artigiano che carica fatture elettroniche dal retrobottega. Per loro “copertura” non è una parola da capitolato; è tempo risparmiato, chilometri in meno, occasioni in più.

Servono scelte nette. Regole autorizzative più snelle, ma prevedibili. Un coordinamento che allinei infrastrutture di rete, energia e trasporti. Obiettivi pubblici che premino chi accende davvero il segnale, non solo chi pianta un palo. E una responsabilità condivisa: operatori, istituzioni, territori.

Il punto è tutto qui: vogliamo trattare il segnale come un servizio essenziale, al pari dell’acqua e della strada comunale? Perché, la prossima volta che guarderemo il telefono cercando una tacca, non cercheremo solo connessione: cercheremo una scelta di Paese. E capiremo se, tra i crinali, il futuro fa ancora fatica a passare.

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