Adolescenti: Il Nuovo Bersaglio della Politica in Guerra Interna

Una sirena taglia la sera, tre ragazzi scappano ridendo, un genitore stringe la borsa. La scena è nota. Ma sotto il rumore di fondo c’è una storia diversa: quella di come abbiamo trasformato l’adolescenza in un fronte di guerra domestica, con parole grosse e soluzioni facili.

All’improvviso gli adolescenti sono ovunque. In prima pagina come “baby gang”. Nei talk show come allarme. Nei decreti come bersaglio. La politica ha trovato il suo nemico interno più comodo: giovane, visibile, senza potere. Funziona perché rassicura. Se metti il faro sui ragazzi, tutto il resto sparisce dallo sfondo.

Quando la cronaca diventa campo di battaglia

I weekend vedono più pattuglie nei centri storici. I comuni regolano panchine e orari. Le scuole riscoprono divieti e note. Il cosiddetto decreto Caivano ha irrigidito l’arsenale: più misure di prevenzione per i minori, nuove aggravanti, daspo urbano esteso. È una risposta netta. È anche un messaggio. Dice: lo Stato c’è, con l’ordine pubblico.

Eppure i numeri non raccontano un’“ondata” senza precedenti. I dati ufficiali più recenti, tra Istat e Ministero della Giustizia, oscillano per reato e territorio. Crescono alcune condotte dopo la pandemia, calano altre. Gli omicidi restano bassi nel confronto europeo. Nei penitenziari minorili i presenti sono qualche centinaio, non migliaia. Non ci sono dati certi che parlino di un’emergenza generalizzata. C’è, piuttosto, un’attenzione selettiva. Un frame.

A metà di questo frame c’è un’idea antica. Clausewitz diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Oggi – avvertiva Foucault – capita il contrario: è la politica a diventare guerra interna con altri mezzi. Cerchi un bersaglio. Lo definisci pericoloso. Lo contieni. Ogni piazza diventa trincea simbolica. Ogni felpa, un segnale.

Non vuol dire negare i problemi. Le risse ci sono. Lo spaccio cerca braccia giovani. Il disagio corre veloce sui social. Ma fermarsi alla stretta repressiva è corto respiro. Le ricerche più solide dicono che scuola, sport, relazioni e lavoro protetto riducono recidiva e conflitto più delle manette. L’OMS stima che un adolescente su sette viva un disturbo di salute mentale. In Italia il “bonus psicologo” è stato rifinanziato, ma la domanda supera l’offerta. Gli educatori di strada lavorano con budget minimi. I centri di aggregazione aprono a singhiozzo.

Se chiami guerra, trovi soldati; se chiami comunità, trovi alleati

Immaginiamo un’altra scena. La scuola che tiene aperta la palestra dopo le 18. L’allenatore che conosce per nome anche chi non segna mai. L’infermiere di comunità che intercetta prima del crollo. Il sindaco che misura gli effetti delle ordinanze, non solo gli applausi. Programmi di mentoring nei quartieri fragili. Tirocini retribuiti d’estate. Mediazione tra pari nelle classi. Sono interventi documentati, non slogan. Costano meno di una nuova ondata di repressione. Rendono di più, anche in sicurezza.

La verità, scomoda ma liberante, è che stiamo usando i ragazzi per parlare d’altro: paura, controllo, consenso. Li trattiamo come specchi. Eppure basterebbe guardarli in faccia. Chiedere cosa manca. Ascoltare anche quando la risposta è brusca. L’adolescenza è rumore, sì. Ma è soprattutto domanda di posto nel mondo.

Una notte, al capolinea, un gruppo di sedicenni abbassa la musica. Passa il bus. Nessuno fa notizia. Forse la domanda è questa: vogliamo contare gli incidenti o costruire luoghi in cui non serva più contarli?