Milano trattiene il fiato. Nell’aula solenne della Corte d’Assise, il processo per il presunto femminicidio di Pamela Genini entra nel suo snodo caldo: gli esperti parlano, i dettagli si incastrano o saltano, e un “reperto mancante” — raccontato da più cronache — alimenta un mistero che pesa come pietra.
Oggi è l’udienza chiave del procedimento davanti alla Corte d’Assise di Milano a carico di Gianluca Soncin, imprenditore 53enne, formalmente accusato di femminicidio. In Italia, la Corte d’Assise decide sui delitti più gravi: due giudici togati, sei popolari, regole serrate. Clima asciutto, parole misurate, atti sul tavolo. Qui la differenza la fanno le prove, non il rumore.
Perché “udienza chiave”? Perché entrano in scena i “superconsulenti”: figure di esperienza rara, chiamate su temi tecnici dove serve precisione chirurgica. Non è marketing. È il momento in cui il processo diventa laboratorio. Si parla di tempi di morte, tracciati digitali, microtracce. Si discute la catena di custodia: chi ha preso in mano cosa, quando, come. È la spina dorsale di ogni indagine seria.
A metà mattina l’aria cambia. In aula si sfiora il tema che pesa da giorni: il “mistero del reperto mancante”. Alcune ricostruzioni giornalistiche parlano apertamente di “furto della testa” della vittima. È un’immagine che taglia, che inquieta. Ma allo stato non risultano conferme ufficiali pubbliche e univoche su dinamica e responsabilità. L’aula registra, gli avvocati contestano, i giudici annotano. Qui si lavora su atti, non su suggestioni.
Chi sono davvero i “superconsulenti”
Sono periti con migliaia di ore su tavoli operatori e laboratori, capaci di tenere insieme una perizia complessa senza cedere alla fretta. Un esempio? Leggere una prova scientifica senza spezzare il contesto: un DNA che dice molto, ma non tutto; un telefono che racconta spostamenti, ma non intenzioni; una fibra che parla, ma sussurra. In aula, l’accusa chiede certezze; la difesa pretende rigore e chiede alternative plausibili. È così che dovrebbe funzionare la giustizia: con contraddittorio, metodo, pazienza.
Il nodo che non lascia in pace
Torniamo al “mistero”. Se un reperto critico è davvero mancante, la catena di custodia diventa terreno scivoloso. Non è un tecnicismo: un’assenza può piegare un intero impianto probatorio. Può costringere a ricalcolare orari, dinamiche, responsabilità. Può, talvolta, mettere in crisi persino il senso comune. In casi simili, i tribunali verificano verbali di prelievo, accessi a obitori e laboratori, registri di consegna, sigilli, fotografie. Ogni anello deve reggere.
Intanto, la città guarda. Milano ha imparato a convivere con processi che diventano specchio. Specchio di paure, ma anche di fiducia nei meccanismi pubblici. La gente aspetta che qualcuno parli chiaro. Che un esperto spieghi, con parole semplici, cos’è solido e cos’è solo ipotesi. In un processo, “non sappiamo” è una frase dura. Ma è onesta. E l’onestà, in queste ore, vale oro.
Non ci sono finali facili qui. C’è un’assenza che pesa, una famiglia che chiede verità, un imputato che respira nell’attesa, un Paese che vuole capire. La domanda è semplice e terribile: quanto possiamo accettare di non sapere, quando a mancare non è solo un dettaglio, ma il pezzo che dà forma al tutto? Oggi si ascolta. Domani, forse, si capirà se il silenzio dei reperti è più forte della voce degli uomini.

