Una sera in tv, una fiera del libro alle porte, un foglio da firmare: sul tavolo c’è la parola più densa del nostro Novecento, “antifascismo”. E Massimo Cacciari, stasera, ci mette il fiammifero.
C’è un momento, a Otto e mezzo su La7, in cui Massimo Cacciari abbandona le cautele. Parla del cosiddetto “patentino antifascista” legato alla fiera romana Più libri più liberi, in programma a dicembre, dove agli editori è stata chiesta una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. Lilli Gruber ricorda il “disappunto” di Giorgia Meloni (dato riferito in trasmissione, non verificabile in modo indipendente al momento), e il filosofo sbotta: “Fa schifo, è una scandalosa idiozia”. Parole dure. Che non si sentono spesso in prima serata.
Qui non è in gioco la memoria del 25 aprile. È il presente dell’editoria. La fiera, organizzata dall’Associazione Italiana Editori, è uno dei cardini del settore: centinaia di eventi in cinque giorni, migliaia di professionisti e lettori che si incrociano tra stand e sale. Un luogo che, per definizione, vive di libertà di espressione. Ed è proprio lì che la clausola fa rumore. Per alcuni, è un semplice richiamo ai principi più basilari. Per altri, un filtro ideologico. Una soglia da varcare con timbro in mano.
In Italia, l’antifascismo non è un sentimento generico. È scritto nelle norme: la XII disposizione finale della Carta vieta la riorganizzazione del partito fascista. La legge Scelba (1952) e la Mancino (1993) sanzionano apologia e odio razziale. Richiamare questi cardini appare superfluo a molti: perché chiedere a un editore di sottoscrivere ciò che già vale per tutti? Dall’altra parte, c’è chi dice: in tempi di amnesie furbe, meglio ribadire l’ovvio.
Cacciari sposta l’asse e lo fa senza guanti. Sostiene che oggi dire “antifascismo” significhi anche condannare certe politiche di Israele e il razzismo di Donald Trump. È un’accusa morale, più che giuridica. Una provocazione deliberata. Sta dicendo: se fate dell’antifascismo un sigillo, allora misuratelo sulla storia che stiamo vivendo adesso, non solo su quella che abbiamo studiato a scuola.
Qui si apre il varco vero. L’antifascismo è un obbligo legale, un patto civile, o un’etica che cambia con i tempi? Può una dichiarazione di valori evitare derive autoritarie, o rischia di diventare un test di ortodossia? Un piccolo editore, la sera prima della scadenza, si trova con il modulo sul tavolo. Lo firma perché “tanto è scontato”? O perché teme di sembrare altro da sé? È questa frizione, più che la carta in sé, a inquietare.
I fatti sono pochi e controllabili: la fiera c’è, la richiesta c’è, il dibattito pure. Non sappiamo ancora se e quanti editori rifiuteranno. Sappiamo però che l’editoria italiana è pluralista per natura: convive l’ultra-indipendente di provincia con il colosso internazionale. Imporre un perimetro valoriale può apparire come un gesto di cura. O come l’inizio di una recinzione.
Il punto centrale, forse, è un altro: un valore, per restare vivo, ha bisogno di pratica, non di timbri. Le democrazie si misurano quando ascoltano chi infastidisce, non quando concordano all’unisono. E l’antifascismo, se vuole essere bussola, dovrebbe indicare un nord concreto: lotta alle discriminazioni, tutela delle minoranze, limiti ai poteri che strabordano, sia nelle piazze sia negli algoritmi.
In fondo, l’immagine è semplice: tra gli stand di dicembre, una ragazza apre un libro e trova una voce che non conosce. Forse è lì, nel salto tra pagina e coscienza, che si firma il solo patentino che valga la pena. Serve davvero un foglio, o basta avere le mani libere per sfogliarlo?
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